
Commedia
Regia di Jim Jarmusch. – USA, Irlanda, Francia, 2025 – 110′
con Cate Blanchett, Adam Driver, Charlotte Rampling
UN JARMUSCH PURO, IN QUELLO SPLEEN ESISTENZIALE CHE NON È MAI PESSIMISMO COSMICO E SEMPRE POETICO STRUGGIMENTO.
Un autore dallo stile visivo apprezzato e riconoscibile. Cult. È lo statunitense Jim Jarmusch, suoi “Coffee and Cigarettes” (2003), “Broken Flowers” (2005) e “Paterson” (2016). Si è presentato in gara all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025) con un film a episodi, “Father Mother Sister Brother”, e ha conquistato la giuria presieduta da Alexander Payne, che lo ha incoronato con il Leone d’oro. Tre quadri familiari che esplorano silenzi, omissioni e bugie (più o meno bianche) tra le pareti di casa, tra genitori e figli. Protagonisti Adam Driver, Tom Waits, Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps.
Le storie:
“Father”: Nord-Est degli Stati Uniti, il dialogo tra superficialità, denaro e omissioni tra un anziano padre, apparentemente ammaccato, e i suoi due figli quarantenni in carriera.
“Mother”: Dublino, un’anziana scrittrice aspetta le sue due figlie trentenni per il consueto tea annuale, un pomeriggio però che va via tra elegante ritualità vuota e incapacità comunicative. “Sister Brother”: a Parigi due gemelli sulla trentina tornano nell’appartamento di famiglia dopo la morte dei genitori…
“Una sorta di anti-film d’azione, il cui stile discreto e pacato è attentamente costruito per consentire l’accumularsi di piccoli dettagli, quasi come fiori disposti con cura in tre delicate composizioni”. Così il regista Jim Jarmusch, che dà il senso di un film che si presenta come una sequenza di polaroid familiari, dove al di là della tenerezza si annidano segreti, silenzi, incapacità di abitare i rapporti con autenticità. Una incomunicabilità dettata dalla paura del giudizio o forse dal timore di arrecare delusioni.
I primi due episodi incedono con il passo dell’umorismo puntellato da ironia pungente, in un faccia a faccia tra genitori e figli adulti incapaci di trovare un dialogo sincero, profondo, perdendosi tra imbarazzi, espressioni di cortesia e superficialità diffusa. In tutti manca il coraggio della verità. Le note che potrebbero toccare corde drammatiche virano subito verso il sarcastico secondo la partitura narrativa stabilita dal regista. La terza storia, il confronto tra due gemelli in lutto per la perdita dei genitori, assume invece note più introspettive e malinconiche. È il riavvolgere il nastro dei ricordi, richiamando le dolci stramberie dei genitori ma più in generale il tempo leggero e protetto dell’infanzia che ormai non c’è più.
Nell’insieme “Father Mother Sister Brother” è un film che si apprezza per lo stile ricercato dell’autore e le performance attoriali; qua e là alcune belle intuizioni nei dialoghi e nella messa in scena. C’è da dire però che l’opera sconta un’eccessiva attenzione formale a discapito di un approfondimento tematico-narrativo che finisce per latitare. Un film che affascina, ma rischia di non lasciare traccia perché fluttuante in superficie. Un Leone d’oro che premia l’autore più che la vis narrativa dell’opera.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Anziani, Dialogo, Educazione, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, LGBTQ+, Metafore del nostro tempo
Jarmusch accenna al passato, ci lascia immaginare cosa abbia portato questi personaggi lì in quel momento davanti ai nostri occhi. Ci mostra foto, mobili, disegni, libri e abiti che raccontano chi sono i personaggi che vediamo muoversi sullo schermo. Lascia che la naturalezza dei dialoghi si intrecci con il bizzarro tipico del suo cinema, che i convenevoli si confondano con le bugie, i silenzi imbarazzati con la sincerità di uno slancio d’affetto.
Jim Jarmusch crea un trittico circolare che fa leva su tutte le sue cifre autoriali, dal tono laconico alla lentezza ipnotica del racconto, dalle lunghe conversazioni in macchina allo straniamento dei suoi protagonisti, per raccontare in modo non scontato i legami famigliari che ci tengono ancorati ad antiche abitudini e rancori, ma che sono anche fonte di conforto e radici esistenziali.
Tre episodi per raccontare la visione della famiglia secondo Jim Jarmusch in un’opera composita e minimale in cui l’autore dimostra la sua maturità e condensa riflessioni e stile ironico di racconto che legano questi personaggi ad altri del suo passato.
Recensioni
3,5/5 MyMovies
4,5/5 Sentieri Selvaggi
4/5 Cineforum
DESOLANDIA O IL VUOTO AFFETTIVO
“Desolandia” è un termine centrale nel film Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, usato per descrivere un luogo interiore fragile, indefinito e sospeso, che rappresenta il disagio relazionale e familiare tra i protagonisti. Desolandia simboleggia un vuoto affettivo e una “terra desolata” emotiva, un luogo dove i personaggi si incontrano con imbarazzo, definiti da legami logori o dolorosi e rappresenta una condizione di alienazione e solitudine interiore.
Il vuoto affettivo si manifesta come una sensazione di vuoto interiore che provoca disagio, malessere e la percezione di essere incompleti. C’è chi percepisce chiaramente di non bastare a se stesso e chi invece pensa di essere inadeguato per la realtà in cui vive.
Capita a tanti di provare una sensazione di questo genere, di tanto in tanto, e di cercare di colmare quel senso di vuoto affettivo in qualche modo. Talvolta col cibo, più spesso attraverso una relazione. Non è facile definire il vuoto affettivo, spesso si tratta di una sensazione confusa e nebulosa che ha l’effetto principale di farti sentire infelice e incompleto.
Sperimentare una sensazione di vuoto interiore è un’esperienza umana, un segnale che merita di essere ascoltato.
Quella di sentirsi vuoto è una sensazione difficile da descrivere, spesso percepita come un’assenza, una mancanza di colore e profondità nella propria esistenza. Può manifestarsi come un vuoto emotivo, un senso di disconnessione da sé stessi e dagli altri, quasi come se mancasse un pezzo essenziale del puzzle della nostra vita.
Il vuoto esistenziale, in una certa misura, fa parte della condizione umana. Il problema sorge quando questa sensazione smette di essere un’ombra passeggera e diventa una presenza costante. Se il senso di vuoto interiore persiste, arrivando a generare ansia, angoscia o una profonda tristezza, allora potrebbe essere il momento di fermarsi e trovare il coraggio di guardare più da vicino questo vuoto interno.
Le cause possono essere molteplici e profondamente personali. A volte, è possibile identificare degli eventi scatenanti, momenti di rottura o di cambiamento che lasciano un segno e amplificano questa percezione. Tra questi troviamo avvenimenti dolorosi, esperienze traumatiche o fasi di transizione significative.
Altre volte, invece, questo vuoto emotivo sembra emergere senza una causa scatenante chiara. Può accadere quando, forse senza rendercene conto, mettiamo a tacere le nostre emozioni . Vivere per senso del dovere o per abitudine, senza uno scopo profondo e senza fermarsi a scegliere la propria direzione, può gradualmente svuotare la vita di significato.
Di fronte alla sensazione di sentirsi vuoti e stanchi, la reazione più istintiva è spesso quella di tentare di riempire questo spazio. È un impulso comprensibile: si cerca all’esterno qualcosa che possa colmare il vuoto che sentiamo all’interno. Ci si può trovare ad acquistare beni materiali anche costosi, a mangiare per non sentire le proprie emozioni, a buttarsi in relazioni poco sane, a riempirsi di impegni lavorativi, a passare tantissimo tempo sui social.
Questi tentativi possono dare un sollievo immediato, l’impressione di stare meglio, ma l’effetto è solo temporaneo. Il senso di vuoto, prima o poi, ritorna: per smettere di tentare a tutti i costi di colmare quel vuoto interiore è utile provare a fare attenzione non solo alle circostanze esterne della vita, ma anche allo stato della nostra mente.
Questo lavoro interiore può aiutarci a entrare in contatto con la nostra parte più autentica ed essere coerenti con chi siamo, rimanendo nel momento presente e imparando ad apprezzare e a essere grati per tutte le piccole cose che abbiamo ogni giorno.
Fonte: Unobravo.it
MGF

La pedagogia ha riflettuto lungamente sul valore della memoria familiare, scardinandone la parvenza di un costrutto semplice, composto da eventi che si sedimentano, uno addosso all’altro, a formare cumuli di ricordi da trasferire tout court alle generazioni future.
Una riflessività preziosa, capace di apportare cambiamenti benefici nella vita di chi la sperimenta.
Con la semplicità di queste parole, la risposta si fa immediatamente chiara: i bambini, ma anche gli adulti, assorbono il contesto, costruiscono la propria storia sulla schiena dei vissuti.

Con il termine gap generazionale, o conflitto generazionale, si intende sostanzialmente la differenza tra idee, approccio culturale, sviluppo economico-tecnologico-sociale e modalità relazionali che sussiste tra una generazione più giovane e quelle precedenti e successive. Venne utilizzato per la prima volta nei Paesi occidentali negli anni sessanta per indicare le differenze culturali che si erano create tra la generazione dei baby boomer e quella dei loro genitori. Le differenze riguardavano principalmente i gusti musicali, la moda, la politica, l’uso di sostanze.
In media una generazione dura in un arco di tempo compreso tra i 15 e i 25 anni. Le ultime generazioni sono:
Attualmente si vive un gap generazionale causato principalmente dall’evoluzione delle nuove tipologie di media e dalla difficoltà di creare un canale comunicativo strutturato e valido tra genitori e figli.
Nel campo del lavoro si assiste ad un grande divario, quando per esempio nella stessa azienda convivono i baby boomer, magari abituati a lavorare in ufficio prendendo appunti carta e penna, e i millennial o, gli ancor più giovani della generazione Z, immersi nel mondo digitale e dei social media.
Il gap si ritrova anche nel rapporto tra genitori e figli. Vuoi nelle modalità comunicative, vuoi nell’utilizzo diverso dei social e delle nuove tecnologie e nelle modalità relazionali; emerge una differenza anche nella maggior sensibilità che i giovani sembrerebbero manifestare verso temi quali educazione ambientale, associazioni LGBT, diritti civili, rispetto per minoranze e parità di genere.








L’art. 87 della Costituzione prevede, al comma undicesimo, che il Presidente della Repubblica può, con proprio decreto, concedere grazia e commutare le pene. Si tratta di un istituto clemenziale di antichissima origine che estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un’altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione). La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente; non estingue invece gli altri effetti penali della condanna (art. 174 c.p.). Ai sensi dell’art. 681 del codice di procedura penale può essere sottoposta a condizioni1.
Il procedimento di concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale. La domanda di grazia è diretta al Presidente della Repubblica e va presentata al Ministro della Giustizia. È sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato. Se il condannato è detenuto o internato, la domanda può essere però direttamente presentata anche al magistrato di sorveglianza. Il presidente del consiglio di disciplina dell’istituto penitenziario può proporre, a titolo di ricompensa, la grazia a favore del detenuto che si è distinto per comportamenti particolarmente meritevoli.
Sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello e, se il condannato è detenuto – anche presso il domicilio – ovvero affidato in prova al servizio sociale, il Magistrato di sorveglianza. A tal fine, essi acquisiscono ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari …. Acquisiti i pareri, il Ministro trasmette la domanda o la proposta di grazia, corredata dagli atti dell’istruttoria, al Capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario alla concessione del beneficio. Come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006, al Capo dello Stato compete la decisione finale. L’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che è stata compiuta l’istruttoria.
Se il Presidente della Repubblica concede la grazia, il pubblico ministero competente ne cura l’esecuzione, ordinando, se del caso, la liberazione del condannato.