Come il precedente “ Venivamo tutte per mare”, anche questo è un libro corale, in cui i componenti della famiglia protagonista non hanno un nome: sono solo “ la donna”, “ la ragazza”, “il bambino”, così da rappresentare la vita sofferta di tutti i giapponesi nati e viventi in America intorno al 1942. Da una situazione di quasi normalità vissuta a Berkeley, la famiglia giapponese pienamente integrata nella società americana, in seguito agli avvenimenti storici viene vista con sospetto come fosse un nemico interno e si ritrova a vivere internata in un luogo inospitale dello Utah . La Otsuka ci parla dei loro squarci depressivi, degli affronti subiti, dei loro sogni spezzati. Ancora più sofferto è il ritorno alla “normalità”, intrisa di sguardi sfuggenti, di evitamenti, fino ad arrivare all’annullamento della cultura di origine e della loro stessa personalità. “Adesso eravamo liberi…Avremmo studiato tanto, tutti i giorni per recuperare il tempo perduto…Avremmo ascoltato la loro musica. Ci saremmo vestiti come loro. Avremmo cambiato il nostro nome per renderlo simile al loro.”

Il tema dell’estraneo è trattato nel libro con grande delicatezza e sensibilità attraverso un linguaggio davvero poetico.

Nuccia

Pubblicato in Narrativa

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