Riflessioni sulla poesia oggi.

Di

Benedetta Sarrica

 

 

 

 

Come lo scultore si avvicina alla pietra e sogna già un lungo racconto, così il poeta incontra la parola e riconosce il significato ch'essa stringe per una correlatività mediata dalla poesia.

Quale significato e per quale correlatività?Il significato è il più intrinseco, il più autentico sfrondato e ripulito come frutto che, staccato dalla pianta acquista una sua fisionomia ed un suo potere. Si erge, la parola, per un fine da utilizzare in correlazione al reale più primitivo, per sorreggerlo e rendere fertile quella ingenuità che di per sé sarebbe allo sbaraglio. Con la parola tutto ciò acquista consapevolezza e dignità corporea.

Quindi poesia non come la ricerca della parola semplice, autentica e primitiva, non la ricerca dell'essenza del reale nella sua nudità più indifesa, ma l'uno e l'altra, in un parallelismo psicologico con l' evoluzione della ricerca tecnologica e scientifica, capillare, appassionato, emozionale ed emozionante non di sentimentalismo ma di autentico amore.

Nelle cose e nell'uomo troviamo gli strumenti di questo volto del  XXI  secolo e nelle cose e nell'uomo dobbiamo cercare la curiosità di enuclearne quella cellula magica che è poesia. La poesia nasce dalla parola e la parola filtra tra le cose, tra i pensieri e i desideri più profondi, terribilmente individuali e altrettanto generali in una omogeneità di spazio e tempo che solo la fantasia può distinguere e la sensibilità individuare.

La semplice erudizione non è poesia e in questo caso il poeta più autentico è colui che tenta di interpretarla in uno sforzo di penetrazione della parola , in una indagine autenticamente poetica.

Nella semplicità di un linguaggio dell'uomo, nato per l'uomo di ogni giorno, per chi è colto e per chi non ha potuto esserlo, questo "sole delle cose", scoperto e tenuto tra le mani, dà senso umano alle cose stesse e ne disegna l'anima. Una poesia che esprime, osserva, indaga, ama, piange, consola, sorride, vive della vita dell'uomo e nella sua evoluzione varca i confini del corpo e osa penetrare nella mente, nei "pensieri non ancora pensati" accompagnando la sua anima a quella dell'uomo, per garantirne l'esistenza.

Si ha l'impressione a volte che la poesia abbia già parlato di tutto. Ogni possibile emozione ha trovato il suo spazio nei versi e ogni aggiunta pare un rimescolare il già detto. Se poi pensiamo alla crisi di miti, al vuoto di desideri, alla "stupidità" di tanti obiettivi tipici della nostra era, allora viene alla mente una conclusione affrettata: la poesia è finita o quanto meno è retorica. Può vivere la sua preistoria o poco più nei paesi in via di sviluppo dove si ricreano le condizioni strutturali e culturali perché possa esistere, ma per "noi" pare avviata ad indossare unicamente l'etichetta di superfluo e di superato.

Ma ecco intuire all'improvviso che la poesia deve varcare i confini che normalmente ci contengono ed assaporare quel gusto "dell'infinito" che da Leopardi giunge "all'immenso" di Ungaretti, assaporarlo in una dimensione più consapevole, al di là delle incertezze che nascondiamo sotto sofisticatissimi computers, al di là dell'atmosfera di insoddisfazioni  e di un appiattimento dall'aria irreversibile, per tornare ad indossare i panni di quell'umanità più autentica oggi soffocata dal consumismo e dal tecnicismo.

La strada della poesia è dunque la ricerca della "parola essenziale" immersa in una "realtà essenziale" per ritrovare  "l'uomo essenziale" nella sua ricchezza di anima e corpo, liberarlo da tutte quelle "raffinatezze" e snobismi che ne hanno solo alterata ma non distrutta l'originaria, spontanea essenza e ridargli quella dignità indispensabile di individuo razionale e irrazionale.

Come una teoria "popperiana" la poesia deve sollecitare, risvegliare, animare ma soprattutto deve smuovere quella indagine psicologica individuale e collettiva che accompagna la realtà secolare dell'uomo come ombra fedele intrinsecamente complementare.

 

 

 

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