…fra i poeti veneti del 900

Andrea Zanzotto

 

 

Il nostro viaggio nel mondo della poesia ci fa incontrare poeti veneti del 900 molto noti ed altri sconosciuti ai più per quel meccanismo strano che spesso privilegia personaggi costruiti a tavolino, pronti da esibire e di facile manovra. Trascuriamo così grandi opportunità, ignorando versi intensi di autori come Giacomo Noventa, Biagio Marin, Ernesto Calzavara, Virgilio Giotti e numerosi altri, in grado di emozionarci ed aprirci allo spettacolo di immagini e sensazioni indelebili. Liriche che ci accompagnano in un sogno di vita, mantenendo inalterato il suono, i colori, il profumo, i sogni di un tempo lontano ma fondamentale per la comprensione del presente. Questi autori ci hanno lasciato bellissime poesie nelle quali la forza della lingua originale viene usata, penetrata e arricchita dalla diversa sensibilità poetica che ne sprigiona emozioni profonde. Percepiamo una rielaborazione linguistica che ci regala un’intensa ed originale espressività del cuore ricca del passato per salvare una realtà ed una tradizione che vince il tempo. Le loro opere ci hanno avvicinato a vissuti che danno alla terra veneta una estensione che supera il perimetro di Venezia e le sue tradizioni, e sale e scende per monti, città e paesi, Livenza del Po, Noventa di Piave, Grado, Treviso….per mostrarci una umanità originale nelle sue sfumature ma accomunata dai grandi interrogativi del vivere.

Leggendo i diversi autori si ha la sensazione di entrare sempre più nel territorio, pare che questa terra veneta mano a mano si avvicini e si espanda per mostrarsi ed offrirci una conoscenza non di etichetta ma di reale comprensione e coinvolgimento.

Tra i poeti che hanno scritto versi in dialetto veneto e bellissime poesie in lingua italiana, ricordiamo Andrea Zanzotto, nato nel 1921 a Pieve di Soligo (Treviso) e considerato un protagonista della poesia italiana Dalla sua raccolta Vocativo ricordiamo Colloquio

Benedetta Sarrica

 

 

COLLOQUIO

 

 

Per il deluso autunno

per gli scolorenti

boschi vado apparendo, per la calma

profusa, lungi dal lavoro

e dal sudato male.

Teneramente

sento la dalia e il crisantemo

fruttificanti ovunque sulle spalle

del muschio, sul palpito sommerso

d’acque deboli e dolci.

Improbabile esistere di ora

in ora allinea me e le siepi

all’ultimo tremore

della diletta luna,

vocali foglie emana

l’intimo lume della valle. E tu

in un marzo perpetuo le campane

dei Vesperi, la meraviglia

delle gemme e dei selvosi uccelli

e del languore, nel ripido muro

nella strofe scalfita ansimando m’accenni;

nel muro aperto da piogge e da vermi

il fortunato marzo

mi spieghi tu con umili

lontanissimi errori, a me nel vivo

d’ottobre altrimenti annientato

ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,

sola sarai fin che duri il letargo

o s’ecciti la vita.

 

Io come un fiore appassito

guardo tutte queste meraviglie

 

E marzo quasi verde quasi

meriggio acceso di domenica

marzo senza misteri

 

inebetì nel muro.

 

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