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Pierluigi Cappello, giovane poeta nato nel 1967 a Chiusaforte, è costretto ad affrontare fin dall’infanzia prove

durissime che certamente segnano la sua sensibilità ed il suo rapporto con le esperienze della vita.

Le sue poesie sono ricche di una musicalità originale, severa e non immediata ma capace di aprire

spiragli sconosciuti e di ampio respiro, scintille di passato e di futuro che superano la parola ed il suo significato rigoroso.

No, noi, e “il cjant di Avril”si leva limpido e forte, consapevole di una esistenza responsabile, di una vita che giustifica i sacrifici,

incredibilmente dura ma accettata per “quel cielo di aprile” che si accende nello sguardo d’attesa dei figli.

E si leva, insieme, il coraggio di cantare per esorcizzare il buio di un bosco fitto e respirare il domani del mondo tra i rami fermi nel silenzio,

un canto di obbedienza alla vita e alla potenza dei sogni, un canto condiviso e libero di volare sopra le nuvole, oltre le possibilità dello sguardo e della quotidianità.

 

 

Ne “la neve che sei stato” il poeta ci svela il profondo legame che lo lega a Chiusaforte.

Con versi intensi, nitidi, sfrondati dal superfluo, ci fa intravedere mondi vitali, racconta di “gesti che non si spezzano davanti al dolore”,

gesti che ci svelano una intensa relazione con la realtà più silenziosa, quella realtà che sfugge spesso agli occhi meno attenti e che si perde come fiore di ibisco stretto inconsapevolmente tra le mani.

Le sue parole, essenziali e a volte scarne, raccontano ai più attenti non di una schiava sottomissione dell’umanità, ma di una inconscia consapevolezza di ciò che è essenziale: creare il futuro, faticosamente ma serenamente, giorno dopo giorno. Disegna con pochi tratti intere vite e ci racconta in poche parole un mondo dove la coabitazione è anche e soprattutto silenzio.

 

Si ha la sensazione di un gioco dell’anima che alterna l’essere giovane con l’età dei ricordi,

indelebili perché scavati nel cuore del primo mattino, nella mente pulita e nell’incanto di un’alba ancora rosea. Ricordi per vivere e rivivere,

raccontare e un po’ rimpiangere, in un intenso e innamorato omaggio alla vita, ai sacrifici dell’uomo, alla sua storia personale e universale.

Lo sguardo del poeta vede lo scorrere del tempo nelle sue immagini più quotidiane, normalmente minimizzate o perse per sempre ,

e accarezza lievemente, quasi sfiorandole con immenso amore e forse gratitudine, quelle piccole cose che creano la storia più vera dell’umanità.

 

 

Benedetta Sarrica

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