sartre2-213x300Bariona o il figlio del tuono

Jean Paul Sartre

 

 

La prima reazione dopo aver letto tutto d'un fiato questa breve opera teatrale di Jean Paul Sartre, con le ultime righe ancora tiepide di lettura, mentre la copertina si sovrappone lentamente alle altre pagine, è un pensiero che non vuole lasciare il racconto, vuole ancora essere legato a quello splendido concetto di speranza, sublime nella sua forza, che traspare come sentimento che rende giustizia alla fatica del vivere.

E' un sentimento forte che va oltre ogni tormento per ritrovare in pochi istanti magici la giustificazione al suo esistere. Il lettore ancora sorpreso e incredulo ha voglia di silenzio, per ascoltare le mille voci di una umanità che nel corso dei secoli non hanno ancora imparato a convivere

Pensato per un Natale in prigionia, è un dialogo che scorre intenso e penetrante, scritto con l'alfabeto dell'anima; è la storia di un uomo, Bariona, così lontano nel tempo, sicuramente neanche esistito, e così vicino, quasi in simbiosi con i nostri dubbi e le nostre angosce. Sentiamo il freddo agghiacciante dei campi di prigionia, la crudeltà dell'uomo, l' assurdo dominio della forza e dell'ingiustizia e riviviamo come nostro questo racconto rivolto a individui profondamente diversi, religiosi e atei, coraggiosi e paurosi, alcuni che hanno perso ogni speranza e altri che salvano i sogni più audaci. Gli spettatori costretti a condividere una prigionia che annienta il corpo e l'anima, accomunati da una realtà tragica e ignorando le loro diversità, si stringono così in un sogno che ignora l'inconciliabile fino a cancellarlo, una attesa che è “l'attesa”.

La voce del narratore, un raccontastorie cieco, è un canto che raggiunge l'anima, non ha bisogno di vedere anzi è il non vedere che permette di raggiungere i significati più profondi, sentire addirittura l'impalpabile soffio dei colori, i sentimenti che traspaiono dal dipinto, la parola non detta ma che si racconta con chiarezza assoluta; la lettura della vita e di ciò che sta intorno si apre su un orizzonte di luce che non teme la notte. Pensieri di profonda fede dentro pensieri pagani, fantasia e verità storiche che ci commuovono e ci regalano i brividi di una Verità che accarezziamo.

Queste poche pagine, di grande poesia, di intensa umanità, di commozione impensata, di scelte coraggiose e scelte travagliate, ci regalano, in un soffio di silenzio, pensieri arditi e al contempo il dolcissimo segreto dell'armonia, quel mappamondo del tempo che scompiglia le nostre certezze.

L'eterno conflitto tra religioni, le lotte, la diffidenza, l'ostracismo, le ingiustizie sociali, diventano improvvisamente pensieri strani, fuori dalla logica di un esistere che non ha bisogno di condizioni straordinarie ma semplicemente di riconoscere la propria coscienza e vedere ciò che non con gli occhi ma solamente con la fede, ogni fede, si può percepire.

 

 

 

 

Riportiamo un monologo di Sara, moglie di Bariona, incinta del suo primo figlio e da lei strappato alla condanna a morte, straziata dalla rinuncia all'amore del marito per la salvezza di quella vita che ancora deve stringere tra le braccia ma decisa a difendere la speranza per una felicità che è di tutti e che va oltre la sofferenza. Sara, davanti alla grotta di Betlemme, intuendo la potenza dell'evento straordinario che si è appena manifestato in quella notte magica,

”..............notte benedetta tra tutte,.....,poiché tutto ricomincia dall'inizio e tutti gli uomini della terra sono ammessi a tentare di nuovo la loro sorte...............”

rivolge al Bambino sconosciuto la sua splendida preghiera affinché possa sfuggire alla crudeltà degli uomini e proteggere per sempre l'umanità.

Figlio mio, mio Dio, mio piccolo! Tu che io amavo già come fossi tua madre e che adoravo come la tua serva. Tu che avrei voluto partorire nei dolori, o Dio che ti sei fatto mio figlio, o figlio di tutte le donne. Tu eri mio, mio, tu mi appartenevi più di questo fiore di carne che sboccia nella mia carne. Eri il mio bambino e il destino di questo bambino che dorme in fondo a me, ed ecco che si sono messi in marcia per ucciderti. Poiché sono sempre i maschi che lacerano per il loro piacere, e che fanno soffrire i nostri piccoli. O Dio Padre, Signore che mi vede, Maria è nella stalla, ancora felice e sacra, e non può pregarti di salvaguardare suo figlio perché non dubita ancora di nulla. E le madri di Betlemme sono felici, nelle loro case, ben al caldo, sorridono ai loro bambini piccoli, ignare del pericolo che sale verso di loro. Ma io, che sono sola sulla strada e che non ho ancora bambini, guardami poiché mi hai scelta in questo istante per sudare l'agonia di tutte le madri. O Signore, soffro e mi torco come un verme tagliato, la mia angoscia è enorme e simile all'Oceano; Signore, io sono tutte le madri e ti dico: prendimi, torturami, forami gli occhi, strappami le unghie, ma salvalo! Salva il Re della Giudea, salva tuo figlio e salva pure i nostri piccoli.

 

Benedetta Sarrica

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