4-A-Comiso-1983Gesualdo Bufalino

 

Nato a Comiso (Rg) nel 1920, Gesualdo Bufalino ci consegna pagine di grande intensità, una ricchezza espressiva ricercata, non casuale ma rincorsa in una continua rivisitazione di immagini e metafore che sempre più scavano nel senso del pensiero permettendogli di raggiungere mete profonde e aprire nuove strade sempre più intime e forse un po’ temute.

Il colore della vita tinge di teatralità lo scorrere delle giornate, la, lo scrittore storia del mondo si confronta con la storia personale di ciascun individuo e, con l’insistenza dei parallelismi e degli ossimori cerca intensamente una verità anelata e sfuggevole in una altalena di sollievo e di disperazione. Sfumature su parole colorate, vestite di abiti sontuosi o di umili panni, penetrano nei significati più sotterranei e rigenerano un pensiero che vive della sua anima più originale e sfuggevole.

I numerosi ritorni sulla primitiva stesura ci consegnano un testo ricco e impegnativo, uno stile definito dall’autore “barocco borrominiano” così che l’intera opera costituisce un monumento alla parola, un’opera studiata con estrema attenzione, ricca di un “superfluo che diviene indispensabile”, cercata e accompagnata, vestita e ornata per un risultato impeccabile e spettacolare, un racconto che recita la vita con drammaticità poetica sul palcoscenico della mente.

Nella “Diceria dell’untore”, romanzo a volte complesso e con espressioni spesso da rileggere per non perderne importanti frammenti, con un forte richiamo al desiderio di vivere che attrae e scoraggia nel contempo, incontriamo una lettura a volte impenetrabile e a volte lirica, di un ermetismo invitante e una luminosità abbagliante capace di abbattere muri invalicabili ed aprire orizzonti di grande poesia.

Emergono poi , immersi in una normalità quotidiana incredibile, frequenti riferimenti classici e di grande letteratura che trasformano i protagonisti di grandi opere in compagni di esperienze comuni e che risvegliano nel lettore un desiderio spontaneo di ricerca, rilettura e conoscenza. Il mondo del sanatorio, teatro entro il quale la “diceria dell’untore” trova il suo ampio respiro, acquista così una sua corporeità ed una sua corposità ad occupare uno “spazio di vuoto”, ci appare come mondo che vive in autonomia una dimensione surreale e ci accompagna a intuire prima e riconoscere poi i sanatori dell’anima e della paura, i sanatori dell’angoscia di un vivere che gioca a sottolineare o cancellare le diversità. L’io narrante a volte sembra giocare crudelmente con le domande dell’anima, mettendo alla prova il lettore in un alternarsi volutamente confuso di fantasia e realtà, di interrogativi che si accompagnano a sentenze emesse a priori, condanne senza perdono o assoluzioni liberatorie, in un tempo che scorre in negativo, ma forse non solo per i malati della “Rocca”.

 

Benedetta Sarrica

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