foto Grazia-Deledda                                              Grazia Deledda

Da “canne al vento”


…….Il chiarore della luna illuminava attraverso le fessure la stanza stretta e bassa agli angoli, ma abbastanza larga per lui che era piccolo e scarno come un adolescente. Dal tetto a cono, di canne e giunchi, che copriva i muri a secco e aveva un foro nel mezzo per l'uscita del fumo, pendevano grappoli di cipolle e mazzi d'erbe secche, croci di palma e rami d'ulivo benedetto, un cero dipinto, una falce contro i vampiri e un sacchetto di orzo contro le panas : ad ogni soffio tutto tremava e i fili dei ragni lucevano alla luna. Giù per terra la brocca riposava con le sue anse sui fianchi e la pentola capovolta le dormiva accanto.


Efix preparò la stuoia, ma non si coricò. Gli sembrava sempre di sentire il rumore dei passi infantili: qualcuno veniva di certo e infatti a un tratto i cani cominciarono ad abbaiare nei poderi vicini, e tutto il paesaggio che pochi momenti prima pareva si fosse addormentato fra il mormorio di preghiera delle voci notturne, fu pieno di echi e di fremiti quasi si svegliasse di soprassalto.

…………………….brano completo citazione delle fonti romanzi opere storiche e letterarie in prosa e lettere, premio

 

 

All'alba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere.
Lo stradone, fino al paese era in salita ed egli camminava piano perché l'anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d'India; e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.
Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti. Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d'una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l'occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi.
Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d'argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d'uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell'antica città romana.
Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti,
catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l'idea che un cataclisma abbia distrutto l'antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d'India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo………..

 

Premio Nobel per la letteratura nel 1926, lei sarda di nascita, riesce a trasmetterci, in lingua italiana, testi di straordinaria intensità realizzando una impressionante ricchezza di descrizioni paesaggistiche ed imprimendo una intensità poetica alla tenera memoria di una terra incisa nell’anima. Gli spazi respirano un verde selvaggio e addomesticato nel contempo, una natura indipendente dall’uomo ma a sua disposizione, nei limiti di un rigoroso possesso e sotto un cielo di forte fatalismo. Una terra non espansiva ma severa, non sottomessa ma a disposizione di chi ne rispetta le condizioni.

Le parole accuratamente scelte per descrivere l’isola aspra e i suoi abitanti, come carezze lievi ed impalpabili, mostrano i luoghi ed i protagonisti della storia quasi immobilizzati nel tempo, con le ore e i giorni che scivolano lentamente, con il giorno che ha tutti i suoi momenti e le ore tutti i suoi minuti. Ne raccoglie i respiri ed i sospiri mentre aleggia nell’aria un senso profondo di ineluttabilità.

Grazia Deledda appare inizialmente come una pittrice che dipinge i suoi racconti sulla tela di un pensiero che ci coinvolge, che man mano acquista un colore tenue ma severo , nonostante i “corpetti rossi” dei costumi delle fanciulle, e che raggiunge inaspettatamente una dimensione quasi corporea stagliandosi nella mente con tutta la forza della verità mista a leggenda, con misteriosa intensità ed affascinante potere sull’anima e nei gesti dei suoi personaggi.

Insieme all’autrice entriamo nei sentimenti più riservati, custoditi con pudore, e con il fiato sospeso ne percorriamo i sogni, le tragedie e la quieta disperazione sotto una apparente calma.

Benedetta Sarrica

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