This must be the place - Recensione

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02thismustbetheplace_tn1984.“Home is where I want to be, but i guess I'm already there..”cantavano i Talking Heads con la loro “This must be the place”. Una canzone che parla del desiderio di trovare una casa, e quindi affetto, equilibrio e stabilità. 2011. Paolo Sorrentino, classe 1970, appartenente alla nuova generazione di giovani promesse del cinema italiano, intitola il suo film allo stesso modo per riprendere lo stesso messaggio.

This must be the place è l’ultima opera di un regista che ha saputo fin da subito delineare i confini di un stile ben preciso e riconoscibile: dopo l’eclatante successo de Il Divo, Sorrentino è entrato a pieno titolo tra gli autori contemporanei di fama internazionale dotati di forte autorialità. Il film è girato interamente in lingua inglese ed è ambientato tra l’America e l’Irlanda, anche se la produzione è interamente italiana. La pellicola, oltre che per le grandi attese che ha saputo creare, ha fatto parlare di sé per il suo budget da 25 milioni di dollari, una cifra nettamente superiore a qualsiasi altra produzione nostrana.

Alla base del successo della pellicola si posiziona senza dubbio la scelta di Sean Penn nel ruolo del protagonista Cheyenne, un personaggio scritto appositamente per lui dopo un incontro tra il regista e l’attore al Festival di Cannes.

La storia in apparenza assume i classici contorni del road movie, incentrato sul percorso di crescita e affermazione del protagonista. This must be the place grazie alla forte caratterizzazione della vecchia rockstar e all’inserimento di alcune componenti narrative di forte impatto emotivo, cerca di uscire da questa categorizzazione per portare avanti un percorso proprio.

Ecco allora che a Sean Penn si affiancano figure diametralmente op- poste, come quella della moglie, forte e ottimista, o quella della fragile Mary in cerca di una figura guida. Se poi si aggiunge il passato da rockstar del protagonista, che ha lasciato indelebili segni sulla sua salute fisica e mentale, e un rapporto paterno mancato, abbiamo il melange perfetto per una pellicola di successo.

Peccato che la semplice aggiunta di ingredienti ad hoc, non sempre sia sufficiente al raggiungimento dell’obiettivo desiderato: il maestoso esercizio di stile messo in atto dal regista, la perfezione visiva e narrativa che ha magistralmente saputo concretizzare, molto spesso diventano fin troppo perfetti, fino a essere artificiali e ridondanti. L’ostacolo maggiore si pone nel momento del dialogo con lo spettatore: è difficile rimanere coinvolti dal dramma del protagonista o dei personaggi che incontra durante il suo percorso, perché si ha la sensazione di trovarsi davanti a singoli tasselli di un puzzle costruito ad incastro, senza tener conto della tensione emotiva finale che dovrebbe fare da collante. In più, l’espediente dell’utilizzo dell’olocausto quale causa generatrice di tutta la storia, risulta davvero poco congruo e decisamente forzato.

Come molti film dalle grandi premesse, This must be the place non soddisfa le notevoli aspettative che ha generato. In ogni caso si tratta di una pellicola che forse non troverà il suo posto tra i grandi successi della storia cinematografica mondiale, ma che ha senza dubbio contribuito alla diffusione del nostro cinema nazionale e dei suoi talenti.

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