Una separazione - Recensione

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04unaseparazione tnNell’ultimo periodo il cinema di matrice iraniana ci ha regalato piccoli capolavori di stile e tecnica cinemato- grafica. In nome della libertà di pensiero, molti registi hanno affrontato il dispotismo delle dittature al governo, pur di raccontare le difficili e spesso paradossali condizioni di vita nel loro Paese. L’intento principale è quello di descrivere lo stato reale delle cose e smentire quei luoghi comuni che da sempre pongono l’occidente in una posizione di supremazia rispetto alla cultura araba.

Una separazione di Asghar Farhadi rientra a pieno titolo in questa tendenza cinematografica. La storia è decisamente universale: una coppia in procinto di separarsi e di decidere il destino della loro figlia undicenne. Quello che rende unica questa pellicola sono tutte le componenti culturali che ne fanno un piccolo ma deciso atto di denuncia contro le istituzioni sociali e politiche che relegano il Paese ad uno stato di arretratezza economica e di pensiero. Ecco allora che emergono delle situazioni che agli occhi di un occidentale appaiono assurde e inammissibili: udienze civili e penali tenute in piccoli stanzini, prive di tutta quella burocrazia che è per noi sinonimo di serietà; una donna matura che prima di prestare assistenza a un uomo anziano e vederlo nudo, deve confrontarsi con l’ufficio che si occupa delle eccezioni concesse alla regola mussulmana. Verrebbe automatico dire che tutto questo è normale in Iran, dove la civilizzazione tarda ad arrivare.

Il film va oltre questi luoghi comuni, narrandoci la storia di due donne molto diverse tra loro e che rappresentano l’evolversi della condizione femminile nel paese islamico: da una parte Razieh, morbosamente legata alla tradizione, che vive il suo legame con la fede con ossessivo rigore, spaventata dalle disgrazie che l’inosservanza di queste regole potrebbe portare a lei e alla sua famiglia. Dall’altra Simin, un’insegnante socialmente e politicamente attiva che si dimostra decisamente più emancipata e autonoma.

Uno degli intenti del film è quello di svelarci una sorta di libertà femminile nella scelta del tipo di ruolo da indossare, ed evidenziare come tale decisione poi condizioni inevitabilmente la vita della loro prole. I ruoli maschili vengono, invece, descritti o come inabilitati dalla malattia, oppure ancorati a preconcetti e ottusità che impediscono il dialogo e la risoluzione pacifica dei conflitti in atto.

La pellicola si presenta semplice e scorrevole sia dal punto di vita narrativo sia stilistico: racconta con linearità l’andamento dei fatti e opta per una regia che focalizza l’attenzione sui personaggi e sulle loro vicende.

La scelta di affidare numerose volte il ruolo di osservatore e di commentatore dei fatti a una delle due giovani figlie, rivela la conseguenza più seria di questo tipo di vicissitudini quotidiane: la congenita funzione di esempio degli adulti sulle nuove generazioni, che andrà poi a condizionare il loro operato futuro. Una criticità che riguarda ogni cultura. Sta proprio qui la forza del film, nel raccontarci le ripercussioni che una problematica universale e fortemente contemporanea come la separazione di un nucleo familiare, avranno sull’educazione della prole, indipendentemente dal contesto in cui si realizzano.

Un film che ribadisce una verità basilare: i bambini ci guardano, ovunque.

Angelica Cantisani

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 09 Febbraio 2012 17:32 )